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Michelangelo Agostini


You Cannot Write Heart Without Art


Michelangelo Agostini è uno storico dell’arte specializzato in pittura antica, laureato in Economia e Commercio con indirizzo marketing e in Lettere e Filosofia, ha seguito un sentiero specialistico in arte antica, prediligendo la pittura degli antichi maestri, in particolar modo la pittura emiliana del XVII sec. Vanta diverse pubblicazioni e interventi entro cataloghi relativi a mostre nazionali e internazionali. Ha curato la pubblicazione di monografie di pittori contemporanei e ha recentemente pubblicato il libro ”La gratitudine di Sisifo”. Da un quarto di secolo opera come advisor nel settore degli Old Master paintings, non disdegnando incursioni anche nel versante etnico, orientale e africano. Passioni queste ultime come la poesia, nate dai suoi numerosi viaggi in giro per il mondo.


L’ Aurea progenie di Taumante


Tutte le mie opere presenti in questo libello incarnano e cristallizzano una precisa temperie emotiva suscitata da incontri ravvicinati col versante sublime dello scibile artistico, intercettato in più di un quarto di secolo in peregrinazioni tra le più improbabili declinazioni dell’ingegno umano sparse per il globo. Eccomi allora qui; sono io questo, in questa e non lo nego, un poco renitente presentazione degli esiti del mio travaglio creativo. Da lungi mi osservo, la mia memoria scava nei ricordi di viaggi lontani e allora mi scopro sorpreso sotto i bagliori policromi filtrati dal piombo delle vetrate di una cattedrale gotica ad esperire meraviglia per le rifrangenze adamantine, sorte, come in un tramonto occitano, tra i labirinti cobal- to dei suoi smalti, così invisi dalle ingiurie dei secoli. Intrappolato a contemplare la matematica iperbolica delle ombre vermiglie che danzano tra le rovine, inghiottite da tentacolari mangrovie, di un tempio Khmer; sospeso tra meriggi brumosi novembrini ad osservare cenotafi di pietra rinascimentali oppure lì, estasiato tra i rampicanti d’edera che soffocano le ruote d’un antico mulino francese ad ammirare i riflessi del sole autunnale che si insinua tra gli ingranaggi ossificati e consunti di una circolarità ipnotica che par sorella di un eterno panta rei. Potrei più semplicemente asserire “l’infinito amore per la vita nella sua non banale traduzione, colta nella sacralità di istanti eterni”, e questo basterebbe ad epitomizzare il mio fare artistico. Artista! una parola che poco mi si addice, ma artista è solo colui che tenta di condensare la miriade di parole e interrogativi che il mondo gli fa rotolare addosso cercando La risposta, che egli vorrebbe fatta di un solo vocabolo e che nel migliore dei casi sarebbe quindi un lemma silente. Ma come in una malattia di cui adora suggere i sintomi più dolorosi, questi indulge a compiacersi alla risoluzione dell’enigma con i parchi mezzi che estrapola dai propri sensi. “Poenia”, la mancanza, governa il suo linguaggio espressivo, e “Poros”, l’espediente, guida gli esiti del suo delirante vociare con gli strumenti squillanti propri di un guitto eversore. Lì, in quel luogo magico, dove le risa e gli schiamazzi del bambino si mescolano e si confondono. Nel mito platonico raccontato nel Simposio questi sono i genitori di Eros. Ma chi crede ancora nei miti? Solo gli artisti ed i poeti... povere creature su cui la frode e l’incanto si accaniscono da secoli con sommo ludibrio... Così il sentiero delle mie esperienze giunge a dipanarsi in un estuario caleidoscopico di sensazioni differenti. É l’alfabeto muto prodotto dal fare creativo dell’uomo, che indago e cerco di intercettare con l’entusiasmo di un infante che è diventato quindi, col tempo, la sola voce capace di regalarmi una sincera e inestinguibile“joie de vivre”. Esperire l’incessante messe di forme che l’uomo ha concepito seguendo il disegno di un più alto sentire estetico mi ha portato ad articolare, nel tempo, una complessa consapevolezza poietica, plasmando un’ eco imperitura entro la mia “Weltanschauung”, il mio modo di vedere e concepire il mondo che ormai intendo solamente retto dal nobile imperio dell’eleganza. Quello che creo sono stimmate emozionali, figlie delle più disparate esperienze estetiche, che hanno suscitato nel mio spirito una magica fascinazione. A volte sono cicatrici trasfigurate, frutto d’ un vissuto forgiato nella sofferenza dello studio e dell’ estenuante ricerca nei rivoli più nascosti della storia dell’arte; sono ristori dell’anima che la vita mi dona in epifanie visive e che consacra attraverso la munifica ostensione di accoglienti forme plastiche levigate dal tempo. Potrei chiamarle semplicemente “incontri nel cammino”. Nobili testimonianze sfuggite alla grettezza della brutalità di un progresso estetico che vitupera la poesia dell’istante con un ammorbante gusto, che omologa la nostra sensibilità, sotto l’egida appiattente di una singola pupilla, estenuata dal riflesso esangue dei fatui miraggi che promette. Il “Thàuma”, lo stupore greco, la meraviglia intesa come riappropriazione di un lascito abbandonato nei sentieri del passato, che esercitano le anatomie scolpite delle sculture greco romane, hanno da sempre sedotto la mia immaginazione a testimonianza di un legame atavico, inconscio, che invisibilmente mi lega ad esse. Queste sinuose, possenti e sublimi traiettorie geometriche che gli antichi hanno saputo tradurre nella carne del marmo, blandiscono regioni nascoste della mia psiche, tanto da riplasmarmi, in una sorta di cassa di risonanza, che mi conduce a ritradurle, col canone grammaticale che questo tempo distopico mi ha concesso, in un nuovo e più contemporaneo linguaggio visivo. Ecco la ragione dell’aulico titolo di questo opuscolo illustrativo che compendia la mia produzione. Taumante era una figura mitologica che ha nel nome la radice del verbo Thàumazein, il cui significato riporta all’atto del meravigliarsi. Figlia di Taumante era la dea Iride, nume associato ai colori e considerato da Platone l’epitome della filosofia stessa. Da questi passi in salita si intuisce in tralice perché ogni opera che rappresento narri un racconto di vicende che hanno intersecato momenti cruciali della mia vita. Sono frammenti di un cammino ormai sepolto tra le polveri di un tempo passato ma edificante e foriero di rinascita ad ogni stadio creativo. Ognuno di quegli istanti ha generato un’estensione ontologica di natura estetica che mi ha condotto verso un ponderoso afflato generativo. Penso a improvvise apparizioni museali (meta obbligata ad ogni mio viaggio), memorie di figure ieratiche nascoste nelle pagine di libri divorati voracemente nell’uggia di pomeriggi dedicati allo studio “matto e disperatissimo” (per dirla con Leopardi) e riemerse inaspettatamente, in qualche ango-lo del mondo, nelle sale austere e silenti di esibizioni periferiche, che l’ironico caso ha voluto che ritrovassi, come fratelli abbandonati nella diaspora. Volendo parafrasare Murakami non sempre la profondità della sofferenza conduce al sentiero scontato delle lacrime. Nel mio caso l’abreazione del vissuto mi spinge verso un sentiero di manipolazione delle forme, così come delle parole. Scrittura, poesia, interventi giocosi costruiti nell’indugio bizzarro su interpolazioni semantiche prodotto da sovrapposizioni segniche. Alchimista di dinamiche percettive legata alla geometria delle forme. Come se per certi versi volessi tentare di dare all’autocoscienza una traduzione visiva, materiale, degna della parola “luce”. Mi piace lavorare guidato da un “Daimon” che riconosce nella sublime armonia dell’immagine scultorea una radice intima, una voce per iniziati. Il medium fotografico, da cui tutto parte, nell’ausilio che le tecnologie digitali attuali consentono e l’impaginazione su supporti traslucidi come il plexiglass, contribuisce a rendere “VIVI” questi mei incunaboli mnemonici. Non si tratta di un mero riporto fotografico che sarebbe oltremodo banale. L’ elusione della banalità vuole che queste immagin i intercettin o l a contemporaneità nelle superfici prosaiche di edifici inutilizzati abbruttiti dal tempo, sono sfondi urbani divorati dalla ruggine o muri erosi e macilenti di sobborghi abbandonati all’inerzia dei rintocchi d’un orologio ormai rotto. Talvolta, il regno animale, con le sua perfetta sapienza trigonometrica nelle livree di felini, uccelli o rettili, interviene a contaminare la levigata eburnea superficie del marmo ed in quei frangenti di compiacimento visivo, adoro mescolare queste consentanee algebre eterne. Le immagini paiono allora sospese entro dimensioni eteree, quasi trasognate, sancendo con evidenza una direttrice emozionale profonda con la cultura secolare che tento di evocare. Una cultura più che mai intrisa di spirito vitalistico, attenta fino al limite del deliquio alla poesia dell’istante, quell’attimo nascosto e silente tra le membra marmoree di eroi e divinità che io sento talvolta respirare ancora. Michelangelo Agostini

Michelangelo Agostini


You Cannot Write Heart Without Art


Michelangelo Agostini è uno storico dell’arte specializzato in pittura antica, laureato in Economia e Commercio con indirizzo marketing e in Lettere e Filosofia, ha seguito un sentiero specialistico in arte antica, prediligendo la pittura degli antichi maestri, in particolar modo la pittura emiliana del XVII sec. Vanta diverse pubblicazioni e interventi entro cataloghi relativi a mostre nazionali e internazionali. Ha curato la pubblicazione di monografie di pittori contemporanei e ha recentemente pubblicato il libro ”La gratitudine di Sisifo”. Da un quarto di secolo opera come advisor nel settore degli Old Master paintings, non disdegnando incursioni anche nel versante etnico, orientale e africano. Passioni queste ultime come la poesia, nate dai suoi numerosi viaggi in giro per il mondo.


L’ Aurea progenie di Taumante


Tutte le mie opere presenti in questo libello incarnano e cristallizzano una precisa temperie emotiva suscitata da incontri ravvicinati col versante sublime dello scibile artistico, intercettato in più di un quarto di secolo in peregrinazioni tra le più improbabili declinazioni dell’ingegno umano sparse per il globo. Eccomi allora qui; sono io questo, in questa e non lo nego, un poco renitente presentazione degli esiti del mio travaglio creativo. Da lungi mi osservo, la mia memoria scava nei ricordi di viaggi lontani e allora mi scopro sorpreso sotto i bagliori policromi filtrati dal piombo delle vetrate di una cattedrale gotica ad esperire meraviglia per le rifrangenze adamantine, sorte, come in un tramonto occitano, tra i labirinti cobal- to dei suoi smalti, così invisi dalle ingiurie dei secoli. Intrappolato a contemplare la matematica iperbolica delle ombre vermiglie che danzano tra le rovine, inghiottite da tentacolari mangrovie, di un tempio Khmer; sospeso tra meriggi brumosi novembrini ad osservare cenotafi di pietra rinascimentali oppure lì, estasiato tra i rampicanti d’edera che soffocano le ruote d’un antico mulino francese ad ammirare i riflessi del sole autunnale che si insinua tra gli ingranaggi ossificati e consunti di una circolarità ipnotica che par sorella di un eterno panta rei. Potrei più semplicemente asserire “l’infinito amore per la vita nella sua non banale traduzione, colta nella sacralità di istanti eterni”, e questo basterebbe ad epitomizzare il mio fare artistico. Artista! una parola che poco mi si addice, ma artista è solo colui che tenta di condensare la miriade di parole e interrogativi che il mondo gli fa rotolare addosso cercando La risposta, che egli vorrebbe fatta di un solo vocabolo e che nel migliore dei casi sarebbe quindi un lemma silente. Ma come in una malattia di cui adora suggere i sintomi più dolorosi, questi indulge a compiacersi alla risoluzione dell’enigma con i parchi mezzi che estrapola dai propri sensi. “Poenia”, la mancanza, governa il suo linguaggio espressivo, e “Poros”, l’espediente, guida gli esiti del suo delirante vociare con gli strumenti squillanti propri di un guitto eversore. Lì, in quel luogo magico, dove le risa e gli schiamazzi del bambino si mescolano e si confondono. Nel mito platonico raccontato nel Simposio questi sono i genitori di Eros. Ma chi crede ancora nei miti? Solo gli artisti ed i poeti... povere creature su cui la frode e l’incanto si accaniscono da secoli con sommo ludibrio... Così il sentiero delle mie esperienze giunge a dipanarsi in un estuario caleidoscopico di sensazioni differenti. É l’alfabeto muto prodotto dal fare creativo dell’uomo, che indago e cerco di intercettare con l’entusiasmo di un infante che è diventato quindi, col tempo, la sola voce capace di regalarmi una sincera e inestinguibile“joie de vivre”. Esperire l’incessante messe di forme che l’uomo ha concepito seguendo il disegno di un più alto sentire estetico mi ha portato ad articolare, nel tempo, una complessa consapevolezza poietica, plasmando un’ eco imperitura entro la mia “Weltanschauung”, il mio modo di vedere e concepire il mondo che ormai intendo solamente retto dal nobile imperio dell’eleganza. Quello che creo sono stimmate emozionali, figlie delle più disparate esperienze estetiche, che hanno suscitato nel mio spirito una magica fascinazione. A volte sono cicatrici trasfigurate, frutto d’ un vissuto forgiato nella sofferenza dello studio e dell’ estenuante ricerca nei rivoli più nascosti della storia dell’arte; sono ristori dell’anima che la vita mi dona in epifanie visive e che consacra attraverso la munifica ostensione di accoglienti forme plastiche levigate dal tempo. Potrei chiamarle semplicemente “incontri nel cammino”. Nobili testimonianze sfuggite alla grettezza della brutalità di un progresso estetico che vitupera la poesia dell’istante con un ammorbante gusto, che omologa la nostra sensibilità, sotto l’egida appiattente di una singola pupilla, estenuata dal riflesso esangue dei fatui miraggi che promette. Il “Thàuma”, lo stupore greco, la meraviglia intesa come riappropriazione di un lascito abbandonato nei sentieri del passato, che esercitano le anatomie scolpite delle sculture greco romane, hanno da sempre sedotto la mia immaginazione a testimonianza di un legame atavico, inconscio, che invisibilmente mi lega ad esse. Queste sinuose, possenti e sublimi traiettorie geometriche che gli antichi hanno saputo tradurre nella carne del marmo, blandiscono regioni nascoste della mia psiche, tanto da riplasmarmi, in una sorta di cassa di risonanza, che mi conduce a ritradurle, col canone grammaticale che questo tempo distopico mi ha concesso, in un nuovo e più contemporaneo linguaggio visivo. Ecco la ragione dell’aulico titolo di questo opuscolo illustrativo che compendia la mia produzione. Taumante era una figura mitologica che ha nel nome la radice del verbo Thàumazein, il cui significato riporta all’atto del meravigliarsi. Figlia di Taumante era la dea Iride, nume associato ai colori e considerato da Platone l’epitome della filosofia stessa. Da questi passi in salita si intuisce in tralice perché ogni opera che rappresento narri un racconto di vicende che hanno intersecato momenti cruciali della mia vita. Sono frammenti di un cammino ormai sepolto tra le polveri di un tempo passato ma edificante e foriero di rinascita ad ogni stadio creativo. Ognuno di quegli istanti ha generato un’estensione ontologica di natura estetica che mi ha condotto verso un ponderoso afflato generativo. Penso a improvvise apparizioni museali (meta obbligata ad ogni mio viaggio), memorie di figure ieratiche nascoste nelle pagine di libri divorati voracemente nell’uggia di pomeriggi dedicati allo studio “matto e disperatissimo” (per dirla con Leopardi) e riemerse inaspettatamente, in qualche ango-lo del mondo, nelle sale austere e silenti di esibizioni periferiche, che l’ironico caso ha voluto che ritrovassi, come fratelli abbandonati nella diaspora. Volendo parafrasare Murakami non sempre la profondità della sofferenza conduce al sentiero scontato delle lacrime. Nel mio caso l’abreazione del vissuto mi spinge verso un sentiero di manipolazione delle forme, così come delle parole. Scrittura, poesia, interventi giocosi costruiti nell’indugio bizzarro su interpolazioni semantiche prodotto da sovrapposizioni segniche. Alchimista di dinamiche percettive legata alla geometria delle forme. Come se per certi versi volessi tentare di dare all’autocoscienza una traduzione visiva, materiale, degna della parola “luce”. Mi piace lavorare guidato da un “Daimon” che riconosce nella sublime armonia dell’immagine scultorea una radice intima, una voce per iniziati. Il medium fotografico, da cui tutto parte, nell’ausilio che le tecnologie digitali attuali consentono e l’impaginazione su supporti traslucidi come il plexiglass, contribuisce a rendere “VIVI” questi mei incunaboli mnemonici. Non si tratta di un mero riporto fotografico che sarebbe oltremodo banale. L’ elusione della banalità vuole che queste immagin i intercettin o l a contemporaneità nelle superfici prosaiche di edifici inutilizzati abbruttiti dal tempo, sono sfondi urbani divorati dalla ruggine o muri erosi e macilenti di sobborghi abbandonati all’inerzia dei rintocchi d’un orologio ormai rotto. Talvolta, il regno animale, con le sua perfetta sapienza trigonometrica nelle livree di felini, uccelli o rettili, interviene a contaminare la levigata eburnea superficie del marmo ed in quei frangenti di compiacimento visivo, adoro mescolare queste consentanee algebre eterne. Le immagini paiono allora sospese entro dimensioni eteree, quasi trasognate, sancendo con evidenza una direttrice emozionale profonda con la cultura secolare che tento di evocare. Una cultura più che mai intrisa di spirito vitalistico, attenta fino al limite del deliquio alla poesia dell’istante, quell’attimo nascosto e silente tra le membra marmoree di eroi e divinità che io sento talvolta respirare ancora. Michelangelo Agostini

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